Beatrice Cenci
viene giustiziata l’11 settembre 1599 sulla piazza di ponte,(Castel
Sant’Angelo) condannata per aver ucciso il padre,uomo rozzo,violento
e dispotico. che l’aveva segregata in una sperduta rocca abruzzese. Insieme
a lei furono torturati e uccisi la matrigna Lucrezia Petroni e il
fratello maggiore Giacomo. Il fratello più piccolo Bernardo fu
graziato da papa all’ultimo momento. Ebbe la condanna peggiore; fu
costretto ad assistere all’orrenda fine dei suoi. all’annientamento
del ramo più ricco e celebre di un’ antica famiglia romana di
nobiltà municipale.
Grande fu la
commozione popolare che fece di Beatrice,giovane bella e altera,una
vittima della violenza e della corruzione della società,eroina
romantica. Gran parte dell’enorme patrimonio della famiglia venne
sequestrato dal Fisco Pontificio,messo all’asta e svenduto.
Solo un ramo
della famiglia sopravvive fino al '700: il matrimonio dell’ultimo
Cenci,Virginio,con la bolognese Marianna Bolognetti, sancisce la
nascita di una nuova stirpe.(Tratto dal libro Beatrice Cenci la
storia il mito della Fondazione Marco Besso)
Correva l’anno
1599, in una Roma giunta all’apice dello splendore, grazie ai papi
mecenati che avevano reclutato i più grandi artisti per rendere
splendida la città eterna, si celebrò uno dei processi più famosi della
storia. Protagonista della vicenda fu una giovane romana di ventitre
anni, Beatrice Cenci, la cui figura, narrata da grandi scrittori, tra
cui Stendhal, e storici e immortalata nel celebre dipinto attribuito a
Guido Reni, ha oltrepassato la storia per entrare a far parte della
leggenda.
I fatti si svolsero tra la residenza romana dei Cenci, nella piazza a
ridosso del Ghetto, e la rocca di famiglia di Petrella Salto, in
territorio abruzzese. Francesco Cenci, padre di Beatrice e di quattro
figli maschi, Rocco e Cristoforo, uccisi nel corso di risse, Giacomo e
Tommaso, era proprietario di numerosi latifondi nell’Agro Romano e di un
ricco patrimonio accumulato in gran parte illecitamente e sperperato tra
debiti e pagamento di ricatti per le pesanti accuse di reati. Francesco
Cenci era un uomo brutale, violento e sadico, dedito a comportamenti
turpi fin dalla prima giovinezza, vero incubo per i familiari e per i
servi costretti a subirne i comportamenti violenti, subì numerosi
processi, tra i quali uno per l’accusa di sodomia. In seconde nozze
Francesco aveva sposato Lucrezia Petroni Velli, vedova e madre di tre
figlie, vittime anch’esse del violento capo famiglia.
Segregate prima nel palazzo romano e poi nella rocca di Petrella
Salto,
Beatrice e Lucrezia conducevano una vita di stenti e di privazioni. Alla
rocca le due donne potevano contare sull’aiuto del castellano Olimpio
Calvetti che, pare, fosse innamorato di Beatrice. Francesco Cenci aveva
raggiunto le donne nella rocca di Petrella Salto e qui, la mattina del 9
settembre 1598, era stato trovato morto, nell’orto sottostante la rocca,
con il cranio sfondato trapassato da una canna di sambuco. La versione
della caduta accidentale dal balcone, fornita dai familiari, non risultò
credibile, il sopralluogo effettuato dagli inviati di papa Clemente VIII
subito dopo la morte di Francesco Cenci, mise in evidenza che il corpo
era freddo e non vi erano tracce di sangue sul terreno che, invece,
avrebbe dovuto spargersi copiosamente dalle ferite. Impregnati di
sangue, invece, erano il materasso e le lenzuola del letto di Francesco,
il che lasciava facilmente supporre che la vittima fosse stata colpita
nel suo letto e, successivamente, fatta precipitare dal balcone.
Gli indizi diventavano prove e la testimonianza di un contadino di
Petrella Salto, Marzio Catalano, mise a segno un colpo decisivo per l’accusa.
Catalano confessò di avere partecipato al delitto, deciso dai Cenci per
l’atmosfera di controllo ossessivo e violento che la vittima esercitava
sui familiari e su tutti coloro che entravano nella sua orbita. Catalano
diede la sua versione dei fatti dichiarando ai giudici che, a causa
delle vessazioni che subiva, Beatrice gli aveva chiesto di trovare
qualcuno disposto ad uccidere il padre. Fu Olimpio Calvetti a chiedere
l’appoggio di Giacomo per eseguire l’omicidio del padre. Scartata
l’ipotesi dell’agguato da parte di banditi e dell’uso del veleno nel
cibo, perché Francesco pretendeva che Beatrice mangiasse e bevesse il
suo stesso cibo, si decise di colpirlo nel suo letto. All’alba del 9
settembre 1598, secondo la testimonianza di Catalano, Olimpio, Beatrice
e lo stesso Catalano si recarono nella camera da letto di Francesco. I
due uomini colpirono la vittima con un pesante martello che gli sfondò
il cranio, mentre Beatrice apriva la finestra. Poi, sollevato il corpo,
lo fecero precipitare di sotto, nell’orto. La confessione di Marzio
Catalano fu ottenuta dai giudici senza ricorrere alla tortura: bastò,
infatti, che l’uomo venisse portato nell’aula dei tormenti e messo
davanti agli strumenti per ottenerne la piena confessione. Olimpio
Calvetti, invece, già ricercato per un altro omicidio, si era dato alla
fuga e fu ucciso mesi dopo in un agguato.
IL PROCESSO E LA TORTURA
La causa criminale fu affidata al giudice del tribunale vicario Ulisse
Moscato. Il 6 febbraio 1599 Beatrice e Lucrezia furono condotte da
palazzo Cenci nelle prigioni di Castel S. Angelo. Qui furono messe a
confronto con Marzio Catalano e assistettero all’interrogatorio per
tortura cui i giudici sottoposero l’uomo per convincere le due donne a
confessare, ma Lucrezia e Beatrice negarono ogni responsabilità per la
morte di Francesco Cenci. Le testimonianze raccolte dai giudici
bastavano per mandare a morte gli imputati, ma la confessione dei rei
era indispensabile per ottenere la certezza della colpevolezza e per la
salvezza delle anime dei condannati. Sottoporre i Cenci a tortura, però,
non era possibile senza il Motu proprio del Papa. I Cenci erano di
condizione sociale elevata e sottoporre al tormento gente del loro rango
richiedeva un intervento diretto del Papa il quale, il 5 agosto 1599,
emanò il Motu proprio Quemadmodum paterna clementia. L’atto papale fu
recapitato al governatore di Roma Ferdinando Taverna, che a sua volta lo
consegnò all’istruttore Ulisse Moscato, dottore in legge e luogotenente
nelle cause criminali. Il Motu proprio dava piena facoltà al giudice di
sottoporre a tortura Giacomo, Bernardo, Beatrice e Lucrezia Cenci.
Il 7 agosto Giacomo fu il primo degli imputati ad essere sottoposto a
tortura, e confessò dopo il primo interrogatorio; Bernardo, che
all’epoca dei fatti aveva solo dodici anni, fu rinchiuso a Tordinona, e
qui posto innanzi alla Corte. A differenza del fratello maggiore, egli
non solo negò di aver partecipato al delitto, ma cercò di scagionare
anche il fratello che lo aveva invece accusato ventiquattro ore prima.
Anche per Lucrezia giunse l’ora della tortura, fino a quel momento lei e
Beatrice ancora non erano state sottoposte ai tratti di corda, ma la
tenacia con cui Lucrezia respinse le accuse indispettì il Moscato il
quale ordinò che la donna venisse legata alla corda. L’inquisitore provò
ancora una volta a ottenere la confessione della donna prima di ordinare
di sollevarla. Lucrezia continuò nel suo ostinato silenzio e allora fu
dato il via al sollevamento. Lucrezia era piccola di statura, e dopo
alcuni istanti di silenzio cominciò a urlare, a invocare Gesù, implorò
di essere rimessa a terra e diede la sua confessione, addossando a
Beatrice tutta la responsabilità per la morte di Francesco Cenci.
«Beatrice ha ordito tutto, confessò, e nessuno ha saputo sottrarsi alla
sua volontà». Poi fu il turno di Bernardo, risparmiato dai tormenti data
la giovane età, che confermò quanto detto nei precedenti interrogatori.
Beatrice, identificata come l’ispiratrice dell’omicidio, fu l’ultima ad
essere sottoposta all’interrogatorio per tormenta. Nel pomeriggio del 10
agosto, Beatrice fu condotta a Corte Savella, un po’ risollevata perché
il celebre giureconsulto Prospero Farinaccio aveva accettato di
difenderla. Le si contestarono le accuse rivolte dal Catalano, da
Lucrezia, da Giacomo, ma Beatrice mantenne l’atteggiamento sdegnoso
mostrato per tutta la durata del processo. Negò di essere stata
maltrattata e picchiata dal defunto padre, negò la storia del veleno e
negò anche di aver conosciuto Marzio Catalano, nel disperato tentativo
di allontanare da sé i sospetti di essere stata spinta ad ordire il
parricidio per l’odio che portava nei confronti del padre. Al fine di
convincere Beatrice a dire la verità, Giacomo e Bernardo furono
ricondotti al cospetto della sorella e qui sollevati con la corda e
straziati.
Fu dato quindi ordine che anche Beatrice fosse legata e sollevata: la
giovane porge le braccia, il tempo di recitare un’Avemaria ed ecco che
Beatrice implora i torturatori di calarla giù perché vuole dire tutta la
verità. Ella sa che a nulla serve resistere ai tormenti perché decisive
sono state le confessioni degli altri. Beatrice con mano dolorante
sottoscrive la sua confessione.
In attesa della sentenza i due maschi di casa Cenci, Giacomo e Bernardo,
furono messi alla larga di Tordinona, mentre Beatrice e Lucrezia alla
larga di Corte Savella, dove ancora cercarono di salvarsi cercando nuovi
testimoni, difensori e implorando il papa e il potente cardinale
Aldobrandini.

LA CONDANNA
Ma a nulla servirono le testimonianze a favore dei Cenci che
evidenziavano la brutalità della vittima e adombravano il presunto
incesto, peraltro mai provato, ai danni di Beatrice. Gli imputati,
rinchiusi a Tordinona e a Corte Savella, forse non avevano abbandonato
la speranza di aver salva la vita la sera del 10 settembre 1599 quando,
consumata la cena, si alzarono da tavola per inginocchiarsi e recitare
le preghiere. La sentenza fu portata nelle due carceri ma non fu subito
resa nota ai quattro prigionieri. Francesco Cenci, la vittima, era
descritto come miserrimum patrem et infelicissimum maritum. La giustizia
papale puniva i colpevoli dell’omicidio di Francesco Cenci con una pena
esemplare affinché altri non avessero a ripetere un simile atto, che
pure, proprio nei giorni del processo, si era verificato ai danni di
altre vittime. Giacomo, Beatrice e Lucrezia furono condannati a morte e
Bernardo, data la sua giovane età, ebbe salva la vita seppure i cambio
di una pesantissima punizione.
La sentenza dispose che Giacomo, il figlio maschio e assassino, fosse
condannato ad essere menato sopra il carro per Roma e condotto al luogo
del supplizio, mentre ferri infuocati attanagliano le sue carni.
Alle venti e trenta (due di notte secondo il conto delle ore fatto
all’epoca) del 10 settembre 1599 i confratelli della Misericordia o di
San Giovanni Decollato della Nazione Fiorentina, furono chiamati
d’urgenza «che la mattina seguente si doveva far giustizia di alcuni nel
carcere di Tordinona e di Corte Savella». Tre ore dopo i confortatori,
il cappellano e il sagrestano si ritirarono in preghiera nell’Oratorio,
vestirono le loro cappe, presero lanterne e tavolette col crocifisso e
si avviarono a gruppi verso le due prigioni. Giunti sul posto portarono
agli ignari prigionieri notizia del loro crudele destino e, per un
drammatico equivoco, lo stesso Bernardo fu svegliato dai confratelli che
ancora ignoravano che il giovane Cenci era stato graziato dalla condanna
a morte. I quattro Cenci ascoltarono la messa nelle rispettive celle,
Beatrice, rassegnata al crudele destino, si preparò alla buona morte
dichiarando di essere contenta di morire e raccomandando l’anima al
Signore. Infine dettò le sue ultime volontà chiedendo di essere
seppellita a San Pietro in Montorio e scongiurò che si desse esecuzione
al suo testamento, ancora ignara che la condanna prevedeva la confisca
di tutti i beni dei Cenci.
IL SUPPLIZIO
La mattina dell’11 settembre 1599 Giacomo e Bernardo furono portati sul
carro che da Tordinona li avrebbe condotti sulla piazza di Castel S.
Angelo, luogo delle esecuzioni. Il carro percorse via dell’Orso e via
del Giglio, passò per Sant’Apollinare, Tor Sanguigna e Pasquino, dinanzi
Corte Savella e proseguì per il Palazzo della Cancelleria. Entrato poi a
piazza del Duca (oggi Piazza Farnese) proseguì per via di Santa Maria di
Monserrato per fare una sosta alle carceri di Corte Savella. Lucrezia e
Beatrice furono fatte scendere e portate innanzi al carro. Il corteo
proseguì ancora per Monserrato, Banchi (oggi via dei Banchi Vecchi) e
San Celso, allora le vie più popolose di Roma. Ai lati del corteo si
aprivano ali di folla che seguivano il corteo dai balconi dei palazzi,
dai cigli delle strade. Beatrice, dritta e impassibile, si avviava verso
la morte, mentre la folla sempre più numerosa era preda di un delirio
collettivo e di una curiosità mista a pietà verso Beatrice, molti
salivano sui parapetti del ponte, cadevano in acqua, alcuni annegarono.
La folla tacque quando all’imbocco di San Celso apparve il corteo con a
capo Beatrice e Lucrezia. Poi apparve anche Giacomo, con le carni
straziate, infine Bernardo. Insieme assistettero alla messa e si
salutarono per l’ultima volta. Il primo a salire sul palco fu Bernardo,
il fratello più giovane, completamente estraneo ai fatti, ma pericoloso
testimone e presumibilmente erede di quello che restava del patrimonio
Cenci. Bernardo fu condannato ad assistere al supplizio dei suoi
familiari, fu quindi inviato in carcere per un anno e alla scadenza di
questo condannato a vita alle galere. Fu quindi la volta di Lucrezia
che, già priva di sensi, fu distesa sulla panca, un attimo e la mannaia
le recise la testa.
Ecco Beatrice, la folla mormora, si odono singhiozzi, la fanciulla
poggia la testa sulla tavola e sul suo collo scende la lama affilata
della spada del boia. Bernardo non regge a uno spettacolo tanto crudele
e sviene, quando riprende i sensi è sconvolto e scosso da un pianto
disperato. Arriva Giacomo, il corpo scoperto e straziato, grida ancora
l’innocenza di Bernardo, poi reclina il capo sul ceppo, per lui la morte
arriva da un colpo di mazza deciso che gli sfonda il cranio.
I corpi senza vita, quel che restava di quei corpi, rimasero esposti
alla vista del popolo fino alle 23, poi i confratelli di San Giovanni
Decollato ricomposero i poveri resti di Giacomo e li portarono nella
loro chiesa per consegnarli ai parenti che, rispettando le ultime
volontà del morto, lo seppelliranno nella chiesetta di San Tommaso dei
Cenci. Il corpo di Lucrezia fu consegnato alla famiglia Velli. Il
cadavere decapitato di Beatrice, secondo i testimoni, ricevette gli
onori dal popolo che lo portò in processione per via Giulia, Ponte
Sisto, proseguendo per la via boscosa del Gianicolo che conduceva alla
chiesa di San Pietro in Montorio dove i confratelli delle Sacre Stimmate
e il confessore di Beatrice calarono il corpo della giovane in un loculo
dell’abside.

Una
statua bellissima di Beatrice Cenci scolpita da Harriet Hosmer nel 1856.
La ragazza ha un rosario benchè il papa non l'abbia aiutata quando lei
gli ha chiesto di rilasciarla dalla casa terribile di suo padre.
Beatrice ancora manteneva la sua fedeltà alla chiesa.
LA LEGGENDA CONTINUA
La storia o la leggenda narrano che Beatrice subì un ultimo oltraggio:
correva l’anno 1798 e Roma era occupata dalle truppe repubblicane
francesi, il generale Berthier, comandante il Corpo d’occupazione della
Francia repubblicana, impose una ingente taglia allo Stato pontificio.
Quotidianamente erano diramati proclami di confisca di beni che andavano
a rimpinguare le casse dei francesi, tra cui un decreto del Comando di
piazza che ordinava di «fondere quante casse di piombo venisse fatto di
rinvenire, sperperando magari sacrilegamente le ossa degli estinti, per
far palle e seminare di morti l’Europa».
L’episodio, cui assistette il pittore Vincenzo Camuccini (lo stesso
pittore che, ricorda Corrado Ricci, aveva riordinato la galleria del
principe don Francesco Barberini, dove era conservato il presunto
ritratto di Beatrice Cenci attribuito a Guido Reni) è ricordato nel
libro di Gustavo Brigante Colonna e Emilio Chiorandi “Il processo Cenci”
(Mondadori editore, 1934).
Camuccini, all’epoca venticinquenne, in una mattina del 1798 si trovava
nella Chiesa di San Pietro in Montorio per effettuare il restauro della
Trasfigurazione di Raffaello posto sull’abside (ora il dipinto è alla
Pinacoteca Vaticana). Intento a eseguire il delicato restauro, in piedi
sull’impalcatura, a un certo punto Camuccini vede entrare nella navata
un gruppo di soldati, capitanati da uno scultore dell’Accademia di
Francia che il pittore definisce «un repubblicano di quegli arrabbiati
della montagna». I soldati sono armati di paletti e attrezzi da lavoro e
in breve cominciano tumultuosamente a sollevare le lastre di marmo dei
sepolcri distribuiti sul pavimento della Chiesa, spaccando e
scoperchiando tutti i feretri. Camuccini, dall’alto dell’impalcatura,
assiste con raccapriccio alla lugubre scena, quando le mani sacrileghe
aprono il sepolcro di Beatrice Cenci, che ancora conservava lo scheletro
coperto da un velo nero, accanto il teschio che «spiccato, si trovava
accanto, deposto in un vassoio d’argento e coperto anch’esso da un velo
nero, che, al toccarlo, si disciolse in polvere». Il vassoio d’argento
sparisce. Camuccini, sconvolto, si precipita giù dall’impalcatura e
tenta di fermare gli invasori, ma il suo tentativo di impedire l’ultimo
atto sacrilego è vanificato dallo scultore francese che, ricorda
Camuccini «per far dello spirito, rizzò in alto quel teschio e,
ballottolandolo per le mani, seco il menavalo».
Tornando alle vicende dei Cenci, è curioso osservare come i due boia che
avevano eseguito le condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia
Petroni - Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe - conclusero
tragicamente i loro giorni: il primo morì tredici giorni dopo il
supplizio dei Cenci, oppresso da incubi notturni per il rimorso di avere
inflitto i feroci tormenti ai rei e, in particolare, per l’attanagliamento
di Giacomo Cenci; il secondo morì accoltellato un mese dopo a Porta
Castello, nei pressi del luogo dell’esecuzione di Beatrice.
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