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Scurcola Marsicana, la Bussi degli anni 90 è rimasta senza colpevoli
L'INCHIESTA. SCURCOLA MARSICANA (AQ). Due vicende simili a confronto. In mezzo 15 anni di tempo in cui si è fatto poco per combattere e punire il traffico illecito di rifiuti tossici, quello che viene catalogato sotto il nome di Ecomafia. Scurcola Marsicana, provincia dell'Aquila, e Bussi, provincia di Pescara, due storie a confronto. E si spera che il finale non sia lo stesso, anche se il dubbio è lecito.
TUTTO SULLA DISCARICA DI BUSSI
A volte per conoscere il futuro saremmo disposti a pagare qualsiasi cifra. Ma
altre volte per sapere che cosa accadrà basta vedere cosa è già successo.
Siamo nel 2007, fine marzo.
L'Abruzzo si indigna per quella che verrà definita «la discarica più grande
d'Europa».
La Forestale di Pescara, guidata dal comandante Guido Conti, scopre un'enorme
distesa di terreno, 4 ettari in totale, che nel corso di molti decenni è stata
la tomba di un numero imprecisato di sostanze tossiche. Si parla di 240 mila
tonnellate, quintale più, quintale meno.
Basta fare un passo indietro, nemmeno troppo, nella storia della regione.
Riavvolgere vita e avvenimenti e fermarsi al 1994.
Spostarsi di appena 60 km in linea d'area.
Si arriva a Scurcola Marsicana e si ritrovano gli stessi protagonisti: una
montagna di rifiuti tossici nascosti, circa 90 mila tonnellate, una indagine
della Guardia Forestale, che per puro caso era diretta dallo stesso comandante
Guido Conti, all'epoca in forza al comando provinciale dell'Aquila, una marea di
indagati, 88.
Cosa ne è stata di quella vicenda?
Nulla di fatto.
Il reato è caduto in prescrizione dopo 4 anni di indagini.
Nessuno ha pagato per quel che è stato.
Nessuno è stato dichiarato colpevole per quello che ancora oggi in paese
ricordano come un disastro ambientale.
Con Bussi è possibile che si ripeta una nuova Scurcola?
Non si sa, è presto per dirlo.
Gli inquirenti si augurano di no.
Ma sanno che il rischio c'è.
Che la legge è quella che è.
Che la prescrizione può mandare in malora tutto, mesi di indagini e voglia di
fare chiarezza.
Quello che è certo, però, è che a Scurcola nessuno immaginava che sarebbe finita
a tarallucci e vino.
Nemmeno Alvaro Frezzini, il primo a lanciare l'allarme se lo aspettava.
Fu lui a scoprire il sito, tramite una soffiata in paese, lanciata in un momento
particolare per dare addosso all'amministrazione comunale di turno.
«Noi ci aspettavamo giustizia», ricorda oggi.
L'INCHIESTA DI IERI COME QUELLA DI OGGI
Fu necessario più di un anno di indagini per accertare la provenienza delle
90mila tonnellate di rifiuti stoccati che arrivavano da aziende chimiche,
farmaceutiche, tessili e conciarie italiane (da Trento a Salerno) e individuare
i soggetti coinvolti nell'affare.
Vennero denunciate 88 persone, 44 delle quali rinviate a giudizio con l'accusa
di smaltimento illecito di rifiuti ed individuate ben 198 ditte produttrici dei
rifiuti.
Conclusa la prima fase delle indagini, scattarono perizie, analisi chimiche e
controlli (durati un anno e mezzo) per stabilire la tossicità delle sostanze. Il
tutto si è chiuso senza colpevoli, con buona pace per gli sforzi degli
investigatori, che ancora oggi ammettono la grande sconfitta, per le attese dei
cittadini, e soprattutto per l'accertamento della verità.
LA STORIA DEL SITO
Il terreno era di proprietà della società Biolite che aveva avuto la concessione
regionale per un impianto di trattamento dei reflui civili delle fosse
biologiche. Il trattamento consisteva nel produrre compost dai liquami derivanti
dallo svuotamento delle fosse civili.
La Regione rilasciò l'autorizzazione, il Comune le licenze edilizie e la
Provincia con la Usl (allora si chiamava così) doveva fare i controlli.
La Biolite acquistò l'impianto dalla Brill Marsica e subentrò nell'attività
produttiva.
Il rapporto di Legambiente e dei Noe, che il 1° aprile del 1994 sequestrò la
discarica, definirono questo come «il primo caso di smaltimento illegale di
rifiuti tossici e pericolosi fatti passare come attività lecita e produttiva».
Difatti il responsabile Livio Berardocco, diceva che lui produceva compost.
«E' stato spiegato al magistrato cosa era il compostaggio», ricorda Frezzini,
che ha sempre seguito la vicenda, «e nulla aveva a che vedere con le pratiche
attuate dalla Biolite. In una trasmissione televisiva», ricorda ancora, «con il
sottoscritto l'amministratore delegato della Biolite mi disse che faceva compost
dai lombrichi».
Insomma un tentativo che ha permesso alla ditta in questione di smaltire circa
2milioni di quintali di fanghi più o meno tossici, senza considerare quelli
interrati nei terreni affittati dalla Biolite che venivano aperti, riempiti di
rifiuti e poi ricoperti, arati e restituiti ai proprietari che ci seminavano
sopra.
«IL DANNO NON E' STATO QUANTIFICATO E IL SITO MAI BONIFICATO»
«Questi terreni», racconta Frezzini, «si trovano nel Comune di Tagliacozzo a
Villa S.Sebastiano e sono seminativi di notevole interesse agrario. La stessa
Biolite ha avuto cura di ripristinare la viabilità della zona creando una
molteplice possibilità di vie di accesso alla discarica».
Inoltre i terreni agricoli utilizzati per la bisogna «venivano pagati all'epoca
circa il triplo del loro valore di mercato», ricorda Frezzini, «in
considerazione del fatto che dal punto di vista agrario il loro valore era molto
basso (la zona è denominata "case bruciate")».
Il danno di questa discarica non è stato mai quantificato ma basta pensare che
la falda freatica è relativamente alta rispetto alla superficie.
«Il Comune di Scurcola voleva costruire una discarica nei terreni confinanti ma
il progetto è stato abbandonato perché lo scavo si è subito riempito di acqua
dando origine ad un piccolo lago» senza considerare i fanghi interrati nei
terreni agricoli del paese di Vila S.Sebastiano a valle verso il fiume Salto.
Il percolato dei fanghi stoccati a monte andava verso il fiume stesso e verso il
lago formatosi in seguito allo scavo summenzionato.
Praticamente direttamente in falda e nelle acque fluviali.
Ma per tutto questo nessuno è stato dichiarato responsabile.
«Ricordo», continua Frezzini, «che in quel periodo c'erano anche i casellanti
dell'A25 all'uscita di Magliano dei Marsi che fecero sciopero per via del
cattivo odore nella zona dei rifiuti tossici e per il continuo andare e venire
di camion che trasportavano ciò che poi veniva scaricato a Scurcola».
Durante il sequestro della discarica la Regione Abruzzo stava per rinnovare la
licenza alla Biolite.
Solo l'intervento dell'allora sindaco di An di Scurcola, Silvestri, ha
scongiurato che ciò avvenisse.
Tutta la giunta ignorava la vicenda.
«Il sindaco», assicura Frezzini, «aveva, naturalmente, un atteggiamento
strumentale e non certamente ambientalista, difatti solo in campagna elettorale
parlavano della bonifica del sito. Poi buio pesto».
Già, perché sono passati più di 13 anni e la bonifica non c'è mai stata.
Non ci sono i soldi a disposizione e solo in questo ultimo periodo il Comune
starebbe provvedendo a reperire i fondi.
«Non sappiamo», ha spiegato Ellettra Di Cristofano, responsabile Legambiente
della Marsica e del Comune di Scurcola, «se nei 150 milioni di euro stanziati
dalla Regione per bonificare le oltre 300 discariche abruzzesi rientriamo anche
noi». Quanti soldi servirebbero?
Si parla di una cifra inferiore ai 100 mila euro, ma che per alcuni sarebbe
troppo bassa considerando che il sito è di circa 20 ettari.
IL SITO DI SCURCOLA OGGI
Scoprire cosa è diventato il sito di Scurcola oggi sembra quasi una barzelletta.
Invece c'è poco da ridere.
Nel 2003 il terreno venne investito da un incendio, pare del tutto casuale.
«Oggi su quel terreno si coltiva grano», assicura la Di Cristofano. Sì, Grano.
Pare che venga su anche bello robusto e forte, verrebbe quasi da pensare
geneticamente modificato.
Per non parlare dei cardi che vengono su spontanei: «enormi», racconta ancora la
responsabile di Legambiente, «io non ho mai visto piante così giganti».
Ma cosa ne è stato dei rifiuti?
Pare che non ci sia mai stata una bonifica.
Si è provveduto solo a spianare tutto, e seminare.
Di chi sia quel campo difficile saperlo e la Forestale starebbe lavorando per
risalire agli attuali proprietari.
Che fine fa quel grano?
Viene venduto e utilizzato.
Da chi, anche questo è ancora un mistero.
Quello che è certo è che oggi la Biolite non esiste più se non per una cabina
elettrica, una bascula di alta portata, per bilici e tir, due baracche e un
capannone senza copertura che veniva usato all'epoca per il rimescolamento dei
liquami con la paglia.
«Sotto questo capannone sono rimasti una piccolissima parte dei mucchi di
fanghi», racconta Frezzini che passa da lì in bicicletta ogni tanto..
Per il resto l'area è totalmente occupata da coltivazioni di frumento e erbai,
appunto.
Alcuni anni dopo la scoperta della discarica furono effettuati dei prelievi e
delle analisi chimiche.
La studiosa Mariagrazia La Monica per oltre un anno raccolse campioni di terreno
facendo scoperte sconcertanti: terreno e acqua erano fortemente contaminati.
Non solo ma anche le piante avevano subito una mutazione genetica.
«I campioni testati in alcuni casi», scriveva La Monica, «presentano effetti di
inibizione dalla germinazione e dell'allungamento radicale».
Venne fatta crescere una piantina di "Lactuca sativa" sul terreno tossico, anche
in questo caso i dati hanno evidenziato forti mutamenti genetici.
Nelle conclusioni dello studio si può leggere come il sito «abbia ricevuto forti
mutamenti dai materiali tossici che sono stati stoccati. Ma anche la vegetazione
è stata influenzata dalla composizione chimico-fisiche del materiale presente
nei cumuli di rifiuti». E il grano che cresce oggi ne è una ulteriore conferma.
Danni ambientali studiati, verificati, accertati ma che da 10 anni continuano a
pesare sulle spalle delle istituzioni come una cambiale che accumula, giorno
dopo giorno, una quantità sempre maggiore di interessi pagare.
dalla rivista on-line