LA UMANA COMMEDIA

Inferno

Anno V  

Ed ecco verso noi venir per nave

un tappo calvo per evaso pelo,

dicendo: “Guai a voi anime prave,

ora vi detterò lo mio vangelo.

Voi non potete ire a le Maldive

ché al comunista do lo freddo e il gelo;

chi non può più pagar le spese vive,

far loco è d’uopo ad altri che, pur morti,

larvati, appariran persone attive.

A voi convien drizzare ad altri porti

la vela vostra, d’ogni posa indegna,

o rimarrete proni a patir torti,

ch’io son lo imperador che quaggiù regna

e a chi fia ribellante alla mia legge,

renderò quiderdon a suon di legna.

In tutte parti impero, e quivi regge

la regola del Menga che distingue

che a prenderlo e a tenerselo sia il gregge

che  al maggior suo non fa lo  ventre pingue,

e  non è mai d’incensi  generoso.

Gridino verità le  malelingue

ché non mi fermerà lo contenzioso;

io rimarrò chiavato a questa sedia

per non lasciar che il bolscevìco odioso

me la sfili dal culo insieme ai media.

L’onnipotenza mia non fia mai lassa;

movo pedoni dentro la commedia

stretti tenendo i fili e la matassa.

Batto il  mio pugno forte come maglio,

ma, generoso,  schiudo  la mia cassa

a ingorde gole e al  caravan serraglio.

Ho lo potere su qualunque cosa,

IO sono l’Unto,  immune da  ogni sbaglio.

Vengono a  venerarmi alla Certosa

i grandi; ormai son  pari  al Nazareno,

e salgo, come lui, via dolorosa.

Aspidi ho a manca ed altri nutro in seno

legati o sciolti che mi fan Casini

e che mi lanceranno lor veleno

e innalzeranno voti per lor Fini.

Ma i miei magheggi non saranno vani

ché  Italia è piena d’uomini bovini.

Oh voi che avete gli intelletti sani

vedete la saggezza che nasconde

l’argomentar di Bondi e di Schifani

che sulle spalle han grosse rape tonde.

e lo ghigno parlante di Cicchitto

che ad ogni dimandar sempre risponde

quasi avesse lo mondo in gran dispitto.

Per tutti aggrazierò la mia figura

sarò  impettito sempre e teso e  ritto,

 lustrato di cerone e di tintura;

tacchia porrò ai miei tacchi, che mi aumenti

‘na nticchia, ché il mio cruccio è la statura.

Con tutti i miei sessantaquattro denti,

sorriderò, da mordermi gli orecchi,

larghi come parabole emittenti,

per incantare i giovani ed i vecchi

a cui prometterò posti e  pensioni

e che saranno  mazziati e becchi.

Molti mi chiameran: san Berlusconi.

Se saran necessari altri trapianti

penso di farmi quello dei coglioni (*)

ché qui di donatori ce ne ho  tanti

devoti a Forza Italia, che dan voto

e la fiducia a un covo di  briganti,

riuniti tutti in un enorme scroto.

Voi udirete ancora mie vafelle

che vi ripeterò perpetuo moto,

perchè io movo il sole e le altre stelle.”

              

                 

(*)Il complimento  precede di alcuni giorni quello espresso dal Sig. Berlusconi

 

 

Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Inferno

Canto XXXIII
 
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a'capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
 
Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
 
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
 
Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.
 
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
 
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
 
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
 
Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
 
m'avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarciò 'l velame.
 
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
 
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
 
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

 

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
 
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
 
Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
 
e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
 
Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".
 
Perciò non lacrimai né rispuos'io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.
 
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
 
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
 
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
 
Queta'mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?
 
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".
 
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
 
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».
 
 
 

Gerardo Rosci

L’UMANA COMMEDIA

(Quasi fine dell’Inferno)

Pianto XXXIII

 

La bocca risuonò  lo stesso tasto

e il peccator, strappandosi i capelli

dal capo, già fissati dall’impasto,

 

incominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ‘l cor mi preme

solo al pensar a Prodi ed a Rutelli.

 

Ma se le mie parole esser dien seme

che  frutti infamia a quei per cui mi rodo,

parlare e lacrimar vedrai insieme.

 

Io non so come fu, né per che modo

a Prodi fu possibole e a Fassino

ed a D’Alema, guadagnar l’approdo.

 

Tu dei saper ch’i fui lo Gran Padrino

e sarò ancor, doman, quel che fui ieri!

e quel doman sento ch’è già vicino.

 

Che già vittoria avea nei miei pensieri

e che dallo straniero fui sorpreso

proprio al Senato, dir non è mestieri;

 

però quel che  non puoi avere inteso,

cioè come l’attesa mia fu cruda,

udirai e saprai se ho perso il peso.

 

Breve pertugio di speranza nuda

racchiusa in me, che di potere ho fame,

perché maggiore gloria a noi si schiuda,

 

m’avea mostrato per lo suo forame,

come incantare il  popolo nel sonno,

con il futuro chiuso nel velame.

 

In quest’ io sono lo maestro e ‘l donno

e meno lupi e lupicini al monte

ove usare arroganza ognora ponno.

 

Con genti magre, studiose e conte

Pierferdinandi,  Umberti e con  Gianfranchi

m’aveo messi dinanzi da la fronte.

 

In picciol corso mi parieno stanchi

Follini e figli, e mi creavan grane

da non capire s’eran destri o manchi.

Pallido e mesto, innanzi la dimane,

pianger senti' li vari mariuoli
ch'eran con meco sol per lo mio pane.

 

Ben sei crudel, se tu dalli altri poli

ci vedi come un’avida ammucchiata;

ma tu non piangi ed or piangiam noi soli.

 

Tutti eran desti e l’ora s’appressava

che l’exito soleva essere dedotto,

ma per suo conto ciascun dubitava,

 

quand’io sentii ch’avevo fatto il botto

per li voti foresti, ond’io guardai

in volto i miei che si cacavan sotto.

 

Io non piangea, sì dentro impetrai;

piangevan elli, e Schifanuccio mio

disse: “tu guardi sì, Duce! che hai?”

 

Perciò non lacrimai, nè rispuos’io,

tutto quel giorno né la notte appresso,

in finché l’exit poll  dal conto uscio.

 

Come  un poco di raggio si fu messo

nel cor, scrutando oltralpe, aihmé m’accorsi

che per mia legge m’avean fatto fesso.

 

Ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei pensando ch’i fessi per voglia

di manicarli, quelli allor levorsi

 

e disser: “Duce, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi  o dei leghisti

non pria che terminata fia la spoglia!”

 

Quetàimi allor; ma intanto i comunisti

mazziati ci fecero e cornuti;

ahi dura terra, perché non  t’apristi!?

 

Poscia che fummo all’esito venuti,

Bondi mi si gettò, tappeto ai piedi

dicendo: “Duce mio, siamo fottuti “.

 

Quasi moriva e, come tu mi vedi

sbiancar li vidi tutti ad uno ad uno

intra una nova e l’altra, ond’io mi diedi,

 

livido, a brancolar sovra ciascuno,

e molti dì sbavai con gli occhi torti.

 Poscia restai, del mio poter,  digiuno.”